" To Remember and Understand"
Hartford, CT
ppirrott
Perché? Credete sia facile rispondere ad una domanda tanto semplice?
Perché ho sentito il bisogno impellente di scrivere per carità, senza alcuna pretesa per il Nobel) qualcosa riguardante la vita, le abitudini, le tradizioni del paese così come le ho vissute nei miei primi anni di vita?
Proverò a darmi delle giustificazioni esaurienti. Anzitutto, dopo aver ribadito la assoluta mancanza di velleità letterarie, l’ho fatto per me stesso, per sentirmi ancora parte di quel mondo che non mi appartiene più da tanti anni e che, forse, non esiste più da altrettanto tempo. Poi, perché le mie figlie, se mai leggeranno queste pagine, abbiano a confrontare la loro vita piena di agi e comodità (ma anche di noia) alla nostra vita, comoda per qualcuno (grazie agli enormi sacrifici dei genitori), difficile per tanti ma, comunque, mai noiosa o inattiva.
E, infine, l’ho fatto per quegli amici che come me o, anche, insieme a me hanno vissuto gli anni dolci e amari sempre presenti nella memoria di inguaribili romantici quali siamo.
Un grazie particolare ai colleghi del CED di Venezia che continuano pazientemente a sopportarmi.
Michele Mozzicato
Michele Mozzicato è nato a Canicattini Bagni nel settembre del 1944 ma vive e lavora nel Veneto da circa 18 anni ( nel 2012 sarebbero 41!) ora sono . Si è laureato in Economia e Commercio all’Università Ca’ Foscari di Venezia. E’ tecnico dei cervelli elettronici nella sede veneziana dell’INPS.
Michele giocava al calcio ma faceva anche l'allenatore e io sono stato uno dei tanti calciatori ad avere il piacere e l'onore di essere stato un suo discepolo. E ricordo bene i giorni che trascorrevamo al campo, all'allenamento, io un portiere non tantissimo donato e lui che cercava di insegnarmi l'aspetto tecnico e strategico della posizione.
Michele, se leggi questo, devo dirti che il tuo lavoro non fu invano! Non per me in qualita di portiere ma come l'allenatore di giovani negli Stati Uniti e dei risultati ( quattro campionati Statali e la partecipazione a due campionati regionali con ragazzi eta' 10 ai 14 anni) che sicuramente non avrei potuto conseguire senza i tuoi insegni!
Paolo Pirrotta, Settembre, 2012

L’AFA
“M’arriuordu” le calde giornate d’estate quando,all’ura i càuru”, una piccola brezza bastava a sollevare la polvere di cui erano ricche le nostre strade: ed era subito “u mazzimarieddu”.
Era bello guardare, seduti “o manchignu”, la polvere leggera che si alzava verso il cielo arrotolandosi su se stessa. Poi il venticello, come d’improvviso si era levato, si fermava; e tutto tornava quieto, immobile, oppresso dalla calura, silenzioso (“ca facia càuru macari u parrari”).
Solo i grilli continuavano gli allegri concerti e le incessanti litanie. La vita, in quelle ore, a Canicattini si fermava.
Mia madre diceva che bisognava andare a letto ma io non riuscivo a dormire, mi sembrava tempo sprecato dormire di giorno. Così, me ne andavo fuori a guardare le pochissime persone che osavano sfidare “stidduni” e il suo immenso calore muovendosi lentamente nella luce accecante.
“M’arriuordu” di quella volta che un ragazzino, poco più grande di me, trovò, appena fuori il paese, una bomba a mano e, ignaro del pericolo, cominciò a giocarci fino a farla esplodere.
Ricordo la disperazione della madre e una mano pietosa che puliva con l’alcool il corpo sporco di terra e annerito dallo scoppio. Tanta gente era accorsa alla notizia della disgrazia e ognuno aveva da dire qualcosa, ognuno pensava a un rimedio per i pericoli di quel genere, qualcuno gridava la propria rabbia per una guerra che non aveva voluto e per le disgrazie che la guerra ancora causava.
Fu in quella occasione che la parola “guerra” vestì, ai miei occhi, il suo vero abito. Prima era solo una serie di racconti di mio padre o dei nonni che, se pure parlavano di morti e di feriti, non avevano alcun riscontro con la mia realtà: per me era come andare al cinema. Adesso no, il film era finito. Davanti a quel povero corpo straziato, “guerra” significò, anche per me, barbarie, pianti, vite stroncate; rabbia e impotenza di chi è chiamato solo e sempre a dare, spesso senza sapere perché. Forse a quel giorno risale la mia profonda avversione alle guerre ed alle armi di ogni genere.
“A FERA O CUANALI”
“M’arriuordu” che ad un certo punto di via Vittorio Emanuele III, là dove adesso sorge la cabina elettrica, c’era una piccola discesa (“a scarpata”) che portava in via Canale. In cima alla “scarpata”, c’era una specie di cilindro di ferro arrugginito, brutto e maleodorante, diviso in due parti; due aperture, praticate in modo opportuno, impedivano la visione di ciò che avveniva al suo interno. Era “u pisciaturi” che dominava “u cuanali” zeppo di persone ed animali il giorno della fiera.
Dall’alto della “scarpata” lo spettacolo era bellissimo: mucche, asini, cavalli, maiali, pecore, muli, capre, galline in mezzo ai “carretti”, ai venditori ambulanti e ai tanti contadini venuti a contrattare vendite o acquisti con il necessario ausilio dei “sansali”.
Ogni tanto accadeva che un toro eccitato cominciasse a saltare, girare e, come impazzito, partisse al gran galoppo rincorso dal padrone e da altri che cercavano di dargli una mano. L’animale infuriato provocava un fuggi fuggi generale e tutta quella confusione eccitava anche lealtre bestie cosicchè occorreva un bel po’ di tempo per riuscire a riportare la calma e riprendere le trattative interrotte.
Quando, intorno a mezzogiorno, la fiera terminava e gli uomini se ne tornavano a casa o in campagna, “o cuanali” regnava nuovamente la pace e della fiera rimanevano solo le tracce: rotonde e fumanti, tante e nauseabonde. Questo no, non era certo uno spettacolo molto bello da vedere soprattutto per gli abitanti della zona.
“A CURUVA”
“M’arriuordu” che, giunta l’estate, quando il caldo si faceva più opprimente, “a ciazza” di sera non rimaneva anima viva: i canicattinesi andavano a prendere il fresco “ammari iàutu”. Si andava “versu a cùruva”, lungo la strada per Palazzolo, che era diventata il punto di ritrovo estivo. Rare erano, in quel periodo, le auto e, comunque, non venivano usate per la passeggiata serale.
C’era, dunque, un lungo succedersi di gruppi (amici, vicini, parenti) che andavano sempre più su, fino alla Madonnina, e quindi tornavano giù fermandosi, prima o poi, presso un localetto all’aperto dove don Peppino “ra gna Ràzia” vendeva anguria fresca, birra e gassosa.
“U sbùgghiu” estivo aveva, perciò, due luoghi consacrati: la villa e l’adiacente via Vittorio Emanuele fino alla cùruva”. “A ciazza”, d’estate, veniva un po’ sacrificata ed era frequentata solo dai fedelissimi “conta mattonelle” ad ore tardissime e fino a notte fonda.
“M’arriuordu” che mio padre, immancabilmente, quando il Canicattini giocava in casa, salutava mia madre per andare a vedere la partita dicendo: “Oggi su cuorpi”.
Ogni partita di calcio, in quel tempo, era come una battaglia. E, d’altra parte, come poteva non essere così visto che toccava incontrare “i nuticiani baddusi”, “i scecchi aulisi”, “i pieri luddi sarausani”, “i ciuddiani rugnusi”, “i palazzulisi” non so cosa, e via di questo passo. Per i “perciazzucca ianiattinisi” vincere era una questione d’onore. Quando, poi, a quelle riferite ai tradizionali vicini/avversari si aggiunsero altre rivalità, nate direttamente sui campi di calcio ma rapidamente trasportate al di fuori (ricordo battaglie durissime con i tifosi di squadre come Lentini, Carlentini, Piazza Armerina, Scicli, Modica, ecc.), i giorni in cui non c’erano, almeno in previsione,”cuorpi” furono sempre più rari.
Canicattini era famosa perché aveva una squadra che, soprattutto in casa, sapeva sempre farsi rispettare ed era, purtroppo, famigerata per alcuni episodi di violenza perpetrati nei confronti degli arbitri. Circa questi ultimi, è rimasto nella mia memoria un episodio di violenza che ebbe quale protagonista involontario e vittima tale arbitro Parrinello, malmenato e mandato all’ospedale per non so quale misfatto” calcistico. Il fattaccio assunse, in seguito, un significato minaccioso, tanto che agli arbitri, più che "cornuto”, si gridava: “Viri ca ta faciemu finiri comu a Parrinellu!”.
Per quanto riguarda, invece, i giocatori che nel periodo della mia infanzia resero forte e vincente l’amato Canicattini, ricordo il portiere Bortolotti, i terzini Formica e Lantieri, il centromediano Cannata, Caruso in mediana, Cultrera (io ne ho visti giocare tre in quel periodo: Salvatore, Frank e Pippinieddu; tutti sanno di chi sto parlando). Ricordo ancora Paolo Leone (centravanti ed eccezionale rigorista), Bonaiuto (Nanu ra cerna), Cirinnà (Cacciddu) e Nanu “ra Lìtria”(splendidi terzini), Zocco e Ganci (portieri), Nizza (mezzala), Ricupero (“currulidda”) e Criscione (ala). E poi il popolarissimo Gianni Lombardo, l’elegante ed efficace Santino Cavalieri e, ancora, Bernardo Migliorati dalle finte ubriacanti, il tecnico sopraffino Agnello, il “soldato” Pietrasanta che poi ci “tradì” e andò al Floridia, e, infine, Cavalieri detto “uccuzza”, uno che in campo dava l’anima. Sono tanti quelli che non ho citato ma che, in 25 anni passati in paese, non ho mai mancato di veder giocare. Con la maglia del Canicattini, insieme ad alcuni di essi ho anche avuto il piacere di giocare, ma di questo, pur essendo tra i miei ricordi più belli, non è il caso di parlare qui.
Hartford, CT
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